Quali sono le cure migliori per la bradicardia

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La bradicardia è un tipo di aritmia cardiaca con il battito che scende al di sotto del range normale. Nelle persone adulte si parla di bradicardia quando la frequenza cardiaca è al di sotto dei 60 battiti al minuto e può essere a sua volta suddivisa in tre tipologie:

  • lieve

  • moderata

  • grave

Questo tipo di patologia potrebbe essere causata da svariati disturbi quali: cardiopatia ischemica, degenerazione del tessuto cardiaco, infarto del miocardio.

I fattori invece che mettono a maggior rischio i pazienti sono: l’età avanzata, il fumo, l’abuso di alcol, l’ipertensione, l’uso di droghe, l’utilizzo di alcuni farmaci, alcune alterazioni elettrolitiche, l’ipercolesterolemia, malattie degenerative epatiche, infine possono incidere grandemente anche ansia e stress.

Per rilevare la bradicardia, il medico utilizza uno strumento di diagnostica importante per il cuore: l’elettrocardiogramma. Inoltre per poter ricostruire tutto il percorso che ha portato al rallentamento del battito cardiaco e individuare in questo modo la causa, lo stesso medico potrebbe richiedere al paziente alcuni esami particolari del sangue.

Ma quali sono le cure migliori per la bradicardia?

Generalmente le cure della bradicardia sono legate alla causa che l’ha scatenata. Quindi se il problema era l’utilizzo di alcuni farmaci verrà consigliato di smettere di prenderli. Ma se la causa non è legata all’assunzione di farmaci di sintesi, ma è legata al cuore, in questo caso un bravo cardiologo saprà indirizzare al giusto trattamento.

Tuttavia esiste una cura naturale per poter fortificare il cuore: la dieta e la giusta alimentazione: i mirtilli ad esempio, aiutano a scongiurare diversi rischi di malattie cardiovascolari. I benefici che si ottengono grazie all’assunzione di questi meravigliosi frutti sono moltissimi.

Ma per poter aiutare il cuore a fortificarsi ancora di più è consigliabile mangiare molta frutta e verdura fresca. Da non dimenticare la carne bianca e il pesce, soprattutto quello azzurro.

La giusta alimentazione per avere addominali bassi

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Avere addominali scolpiti è il sogno di quasi tutti gli uomini, ma sono pochi coloro che si impegnano a raggiungere effettivamente l’obiettivo.

Infatti per poter ottenere addominali scolpiti e definiti è necessario impegnarsi a fondo con costanza e tanta pazienza, ma soli questi due ingredienti non bastano, occorre oltretutto combinare un programma di allenamento che poggia su tre grandi pilastri, vale a dire:

  • la giusta alimentazione per eliminare l’adipe in eccesso sul ventre

  • esercizi per inspessire i muscoli addominali

  • sport o attività aerobica per poter accelerare il metabolismo e quindi a bruciare più velocemente i grassi

Per quanto concerne l’alimentazione appare evidente che la dieta che si deve prediligere deve essere caratterizzata dall’assunzione di cibi naturali e sani. Quindi a questo riguardo è fondamentale mangiare molta frutta e verdura di stagione, poiché ricchi di vitamine e di sali minerali fondamentali per il sistema digestivo. Anche le carni magre come il pollo o il tacchino non devono mai mancare nella propria dieta.

E’ consigliabile invece evitare di mangiare pane, pasta, riso o pizza in quanto ricchi di carboidrati ad alto tasso glicemico che non fanno altro che accumulare i grassi in eccesso. In alternativa è possibile consumare modeste quantità di alimenti integrali.

Anche l’acqua è indispensabile. Quindi bere 2 litri di acqua al giorno aiuta ad idratare l’organismo e a eliminare al contempo stesso le tossine.

Con l’avanzare dell’età ottenere addominali scolpiti e ben definiti può risultare un po’ complicato dal momento che con l’invecchiamento la pelle tende a perdere tono. Questo non significa che è un’impresa difficile, ma occorre molta dedizione e una forte costanza.

Naturalmente la sola alimentazione non basta per ottenere degli addominali perfetti, ma occorrono oltretutto esercizi mirati.

  1. Trazione alla sbarra: consiste nell’aggrapparsi con le mani ad una sbarra e provare ad alzare lentamente le gambe da terra finchè queste non sono parallele al pavimento.

  2. Hip: sdraiarsi sul pavimento a pancia in su incrociare i piedi e sollevare le anche da terra contraendo gli addominali. Questo esercizio va fatto molto lentamente.

Queste sono soltanto alcune strategie che possono aiutare ad ottenere addominali perfetti…

Gastrite: cosa è quella nervosa e come si cura

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Spesso sentiamo parlare di “gastrite nervosa“. Ma di cosa si tratta? E in che modo si può curare?

Cerchiamo di partire con ordine con questa illustrazione, ricordando come la gastrite sia una infiammazione della mucosa gastrica che produce una sensazione di dolore e di bruciore alla stomaco (in alcuni casi, nausea e vomito). Ebbene, quel che molte persone non sanno è che il sistema nervoso può contribuire (negativamente o meno) alla formazione della gastrite: è infatti il sistema nervoso a influenzare il rilascio di alcuni piccoli ormoni (neurotrasmettitori) che – se non regolarmente rilasciati – posson aumentare la secrezione di acido cloridico, e quindi la capacità corrosiva dei succhi gastrici e quindi l’infiammazione della mucosa gastrica.

Ne deriva che la gastrite nervosa si manifesta prevalentemente in concomitanza di periodi di stress. La sintomatologia è quella tradizionale: il paziente avvertirà dolore e bruciore alla bocca dello stomaco (in corrispondenza con la fine dello sterno), scarso appetito, riduzione della concentrazione, svogliatezza, stanchezza diffusa.

Cosa fare, dunque? Al di là degli aspetti più legati all’alimentazione e all’idratazione (dalla riduzione degli alimenti grassi alla necessità di evitare le grosse abbuffate, passando per una giusta idratazione), è bene ricordare che per prevenire la gastrite nervosa è innanzitutto necessario cercare di eliminare o di allontanare tutti quei fattori quotidiani che producono stress, ansia, tensione e inquietudine.

Una buona tecnica potrebbe quindi essere quella di riorganizzare la propria vita (eventualmente anche con l’aiuto psicologico), allontanando le determinanti dello stress. Ci si può inoltre aiutare con integratori rilassanti, tisane, camomille e altri infusi. Una alternativa da valutare è anche quella di ricorrere a tecniche come lo yoga e altri sistemi di rilassamento: considerato che la gamma di diverse opportunità è a vostra disposizione, non vi rimane altro che “individuare” quella che maggiormente si addice alle vostre abitudini.

Tiroide di hashimoto: di cosa si tratta

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La tiroide è una piccola ghiandola a forma di farfalla situata sul collo. Gli ormoni che produce svolgono un ruolo molto importante nel governare sia il funzionamento di organi quali reni, fegato, cervello, cuore e pelle e sia il metabolismo corporeo.

Da una recente ricerca è stato appurato che una donna su otto soffre di problemi legati alla tiroide. E’ una patologia che colpisce più frequentemente le donne che gli uomini, con una frequenza maggiore nella fascia d’età tra i 30 e i 50 anni di età.

La tiroidite è un’infiammazione cronica a carico della tiroide. Ne esistono di diverse forme, ma la più frequente è sicuramente la tiroide di Hashimoto caratterizzata dalla presenza di anticorpi anomali i quali danneggiano la tiroide, compromettendone la funzionalità.

Proprio per tale motivo che la suddetta patologia rientra tra le malattie di origine autoimmune.

La conseguenza che ne deriva è un danno progressivo alla tiroide.

Ma come si manifesta tale malattia e quali sono le cause?

Le cause per cui il sistema immunitario produce anticorpi anomali che attaccano la tiroide fino a renderla incapace di produrre quantità sufficienti di ormoni ancora oggi purtroppo, non sono state chiarite.

I sintomi che si manifestano sono simili a quelli dell’ipotiroidismo. Ma essa può restare asintomatica anche per lungo tempo. Infatti la progressione è molto lenta ma nel momento in cui arriva ad uno stadio avanzato determina il danneggiamento irreversibile della ghiandola.

I primi sintomi che tendono a manifestarsi sono debolezza e spossatezza. In seguito possono insorgere anche aumento di peso, depressione, pallore, sensazione di freddo costante.

Per quanto riguarda il trattamento, generalmente il medico specialista prescrive una terapia ormonale sostitutiva. Ma per poter mantenere costanti i livelli ormonali è necessario seguire la suddetta terapia in maniera regolare.

Puoi approfondire l’argomento su http://www.guidasalute.it/tiroide-di-hashimoto/2448/

Anche l’alimentazione gioca un ruolo fondamentale. Ecco allora una serie di suggerimenti alimentari da tenere in considerazione al fine di diminuire i livelli di infiammazione:

  • pesce grasso (salmone, sgombro)

  • frutta fresca

  • curcuma da spolverizzare sulle pietanza

  • olio extravergine d’oliva

  • zenzero

Collo dolorante, può essere colpa del cellulare

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Secondo uno studio condotto dal New York Spine Surgery and Rehabilitation Medicine e in corso di pubblicazione sul Surgical Technology International, una buona parte dei dolori al collo potrebbero essere provocati dallo smartphone.

Sono sempre di più, infatti, le teste “chine” sul display dello smartphone per controllare mail, chattare, condividere foto e tanto altro ancora. Un’abitudine che può essere piacevole, ma che alla lunca può creare dei danni alla salute della colonna vertebrale, visto e considerato che inclinarsi per leggere un messaggio comporta una pressione indebita sul collo e, quindi, mal di schiena.

Crusca d’avena nella dieta Dukan

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Tra gli elementi fondamentali per il rispetto della dieta Dukan, vi è naturalmente la crusca d’avena. Ma cosa è esattamente la crusca d’avena? E perchè ne è fatta un elemento fondamentale all’interno del regime alimentare della dieta Dukan?

La crusca d’avena è uno “scarto” derivante dalla raffinazione dell’avena, un antichissimo cereale ampiamente utilizzato, ancora oggi, per scopi alimentari animali, e non solo. Sebbene ad oggi l’avena non possa più essere utilizzata nella panificazione, poichè priva di glutine, la sua qualità nutrizionale è ben paragonabile a quella dell’apparentemente più nobile frumento.

Ora, introdotto cosa sia l’avena, è bene ricordare anche che la crusca è uno scarto ricchissimo di fibre alimentari e proteine, oltre a una quantità di acidi grassi polinsaturi piuttosto rilevante, e un apporto specifico di magnesio e niacina. Più nel dettaglio, 100 grammi di crusca d’avena possono garantire 66,2 grammi di carboidrati, 17,3 grammi di proteine e 7 grammi di lipidi.

Più concretamente, una volta che viene ingerita, la crusca d’avena può mescolarsi al “bolo alimentare” permettendo una sensazione di maggiore sazietà. La ragione è molto semplice: le sue fibre solubili si riempiono infatti d’acqua sino a produrre la nota sensazione di sazietà e di pienezza nello stomaco, e contribuendo quindi a ingerire minori quantità di altri alimenti.

Inoltre, grazie alla loro forza d’assorbimento, i beta-glucani che sono presenti all’interno della crusca d’avena possono contribuire in maniera proattiva al mantenimento di un tasso di colesterolo normale, e a stabilizzare l’assorbimento dei glucidi dopo i pasti. Per quanto ovvio, la crusca d’avena ingerita all’interno della dieta Dukan deve essere di elevata qualità, coltivata senza concimi o pesticidi potenzialmente nocivi per la salute.

Ma come utilizzare la crusca d’avena per poter ottenere il meglio dalla dieta Dukan? La crusca d’avena è innanzitutto ideale a colazione, da assumere insieme a una tazza di latte. Tuttavia, è possibile assumerla in qualsiasi momento, o acquistare dei prodotti specifici che possano utilizzare la crusca d’avena per realizzare del pane o della speciale pasta per pizza. In alternativa, la crusca d’avena può essere utilizzata spolverandola su insalate, piatti o ancora mescolata ai latticini.

Ricordate ancora che la crusca d’avena deve essere utilizzata nelle quantità consigliate dal medico dietologo che segue la Dukan e, in particolar modo, tra i 2 e i 3 cucchiai (a seconda della fase della Dukan). Un vero e proprio toccasana, che potrà rappresentare la giusta marcia in più per il vostro nuovo regime alimentare!

Nuovo bando per finanziamenti a fondo perduto in Toscana

Regione Toscana

La Regione Toscana ha dato il via a un nuovo bando per l’erogazione di finanziamenti a fondo perduto nei confronti delle piccole e medie imprese, in forma singola o in associazione, che diano seguito alla realizzazione di progetti strategici di ricerca e di sviluppo.

In particolare, per poter avere accesso al finanziamento a fondo perduto è necessario che l’investimento oggetto dell’agevolazione sia realizzato e localizzato all’interno del territorio della Regione Toscana, e che il soggetto proponente l’ottenimento dell’agevolazione si qualificabile come “impresa dinamica”, dimostrando di aver mantenuto o incrementato il fatturato 2013, rispetto a quello del 2009 (requisito che non è invece richiesto per le imprese costituite dal 2012 in poi).

Ricordiamo, in tal proposito, che a fronte delle spese ritenute ammissibili, le imprese potranno contare su contributi in conto impianti pari a un massimo del 45% e – nella sola ipotesi di progetti di innovazione – fino al 30%. Una volta inviate le domande a Sviluppo Toscana Spa, si procederà alla preliminare valutazione e, successivamente, all’invito a presentare un progetto esecutivo che concorrerà alla graduatoria di merito.

I finanziamenti a fondo perduto saranno suddivisi in tre diverse tipologie, a seconda del bando cui si decide di aderire:

  • Progetti strategici di ricerca e sviluppo: bando di finanziamento di progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, realizzati da grandi imprese in aggregazione con micro, piccole e medie imprese, eventualmente in collaborazione con organismi di ricerca.

  • Progetti di ricerca e sviluppo delle PMI: bando di finanziamento di progetti di ricerca industriale e di sviluppo sperimentale di micro, piccole e medie imprese, in forma singola o associata, anche in collaborazione con organismi di ricerca.

  • Aiuti all’innovazione delle PMI: bando di finanziamento di progetti di innovazione, realizzati da micro, piccole e medie imprese, in forma singola o associata, nel settore manifatturiero e dei relativi servizi.

Maggiori informazioni sul sito internet www.finanziamentiafondoperduto.net e sul sito della Regione Toscana (regione.toscana.it).

Come si trasmette la mononucleosi?

mononucleosi

La mononucleosi è conosciuta comunemente come la “malattia del bacio“. Sul perchè si sia meritata rapidamente tale appellativo, vi sono ben pochi dubbi: trattandosi di una patologia che si trasmette attraverso la saliva, per molto tempo si è pensato che potesse trasmettersi “solo” con l’atto del baciare.

Effettivamente, la mononucleosi è una malattia contagiosa che riguarda prevalentemente proprio coloro i quali sono più frequentemente portati a “baciare”, ovvero i soggetti di età compresa fra i 15 ed i 25 anni. Durante l’adolescenza, la malattia interessa circa il 50% degli individui che vivono in Europa, mentre compare un pò prima nei Paesi in via di sviluppo. In ogni caso, affinchè la contagiosità della mononucleosi possa produrre degli effetti e dei sintomi avvertiti all’interno di una piccola epidemia, occorre altresì che siano presenti altre condizioni come uno stretto contatto con i soggetti affetti, o cattive condizioni igieniche.

Secondo quanto affermano altri studi compiuti in materia, nel corso dell’intera propria esistenza circa il 90% della popolazione adulta ha “incontrato” almeno una volta il virus Epstein-Barr. E così come la maggior parte della popolazione ha conosciuto il virus (a volte senza nemmeno riconoscerlo), è la stessa maggior parte della popolazione ad aver sviluppato degli specifici anticorpi senza aver mai accusato alcun segno di infezione: contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, la mononucleosi dà segni di sè solo quando colpisce soggetti già debilitati, con sistema immunitario debole o compromesso.

Per quanto concerne le modalità e le caratteristiche del contagio, ricordiamo come lo stesso possa avvenire in maniera diretta attraverso saliva, rapporto sessuale o trasfusioni di sangue, o – per via indiretta - con utilizzo comune di posate, bicchieri, piatti e altri oggetti “contaminati”.

Segnaliamo infine che una volta infettati, ogni successivo contatto con una persona affetta da mononucleosi sarà privo di qualsiasi conseguenza.

via: www.mononucleosi.org

Alluce valgo, il recupero post operatorio

Alluce valgo

Come noto, l’alluce valgo è un disturbo molto frequente, in grado di condurre a disturbi anche particolarmente gravi. Purtroppo, nelle ipotesi più gravi, non c’è altra soluzione da assumere se non quella di effettuare un trattamento chirurgico. Ma come avviene il trattamento chirurgico? E, soprattutto, in cosa consiste il recupero post operatorio?

Iniziamo con il ricordare che il trattamento chirurgico è generalmente effettuato in un regime day-hospital, non essendo quindi necessario un ricovero. Già nello stesso giorno dell’intervento, attraverso l’utilizzo di speciali calzature post operatorie, sarà possibile poggiare delicatamente i piedi per terra e compiere piccoli spostamenti.

Terminata la primissima fase (che dura di norma una settimana, nella quale sarà necessario produrre estrema cautela nei movimenti), già dalla seconda settimana il paziente è in grado di aumentare il numero degli spostamenti, avendo cura di mantenere i piedi in elevazione quando non cammina. Dopo il primo mese, il bendaggio viene rimosso, il piede può essere bagnato e possono essere indossate calzature più comode. Il paziente può camminare normalmente, senza alcuna limitazione, anche all’estero. Si possono inoltre riprendere le attività di guida e si può anche andare in palestra, a patto che non si debbano fare attività che affaticano le zone inferiori del corpo (ad esempio, corsa). Se amate gli sport e volete una valida alternativa in questo periodo ancora delicato, valutate la possibilità di praticare del nuoto.

Nel secondo mese, il piede risulterà ancora un pò edematoso, soprattutto in corrispondenza del primo metatarso. È consigliabile procedere comunque a una serie di sedute di fisioterapia: un buon percorso che servirà a d accelerare i tempi di recupero (la fisioterapia, in ogni caso, non risulta essere indispensabile ma è comunque fortemente consigliata). Nel periodo invernale, vi suggeriamo di adottare delle calze elastiche, a gambaletto, con la punta aaperta: in estate, invece, potete applicare specifiche fasce metatarsali.

Finalmente, dopo il terzo mese, la situazione sarà destinata a normalizzarsi. Sarà comunque necessario un controllo radiografico per poter confermare l’avvenuta consolidazione dell’osteotomia. Se l’esito fornisce un riscontro positivo, non rimarrà altro da fare che riprendere tutte le ordinarie attività di “fatica”, come ad esempio la corsa.

In ogni caso, sebbene l’operazione per l’alluce valgo sia oramai all’ordine del giorno, è bene ricordare come ogni fattispecie sia estremamente differente dalle altre. Pertanto, il ciclo post operatorio non potrà che essere il frutto di un’attenta condivisione con il proprio medico di fiducia e con il chirurgo operante.

Orzaiolo: come guarire

Orzaiolo

L’orzaiolo ha dei tempi di guarigione abbastanza brevi, anche per le persone più sensibili i tempi di sono di solito di 7-14 giorni. In questo periodo l’orzaiolo regredisce da solo, man mano spariscono tutti i sintomi permettendo di tornare alla normalità. Il pus che si forma all’interno dell’infezione tenderà a fuoriuscire da se, è assolutamente vietato premere l’orzaiolo per far fuoriuscire il liquido come si fa per i brufoli.

Per accorciare i tempi di guarigione basta porre una benda calda direttamente sull’occhio infetto più volte al giorno. Il calore oltre a favorire l’eliminazione del pus allevia il dolore causato dall’infiammazione. Questi impacchi vanno ripetuti tre o quattro volte al giorno e vanno tenuti sull’occhio per 5-10 minuti. Molte volte se ci si rivolge a un medico questo estrarrà le ciglia dalle quali è nata l’infezione, la pratica è molto fastidiosa. Se con gli impacchi caldi il pus continua a non fuoriuscire bisognerà rivolgersi al medico, il quale cercherà di curare l’orzaiolo utilizzando un ago molto sottile infilerà la punta direttamente nel follicolo infetto permettendo così l’eliminazione del pus. Questa tecnica va fatta esclusivamente dal medico, farla a casa potrebbe causare conseguenze gravi alla palpebra e all’occhio.

Se l’infezione si presenta spesso oppure, i tempi di guarigione si diradano di molto, è consigliabile assumere un antibiotico per via topica come l’Eritromicia, per debellare il batterio che infetta la palpebra.

Per prevenire il contagio è molto importante non utilizzare asciugamani altrui. Le donne non devono prestare i trucchi personali come mascara e mattie per gli occhi. Lavare con accuratezza il viso dopo essersi struccate e lavare sempre le mani in modo corretto prima di toccare gli occhi, facendo attenzione a pulire per bene sotto le unghie, aiuta molto. Inoltre quando compare l’orzaiolo è buona norma usare gli occhiali da sole quando si è in giro, infatti l’infezione provoca una forte sensibilità alla luce.